copertinaLa cronica inefficienza del sistema della giustizia civile nel nostro Paese è una realtà con la quale ciascuno di noi è destinato a confrontarsi ineludibilmente nell’affrontare le vicende della vita: dal cittadino che è costretto ad accedere al “servizio giustizia” per la tutela dei propri diritti ai diretti protagonisti del fenomeno (giudici, avvocati) che vedono frustrato il risultato della loro attività.

Questa inefficienza ha un costo molto elevato e determina altresì conseguenze paradossali.

Secondo la Banca d’Italia l’inefficienza della giustizia civile italiana può essere misurata in termini economici come pari all’1% del Prodotto Interno Lordo (P.I.L.), corrispondente a circa 15 miliardi di euro.

A tale rilievo può aggiungersi che una stima di Confartigianato calcola che i ritardi nella giustizia civile costino annualmente alle imprese 2,3 miliardi di euro, di cui 1.198 milioni di euro per il ritardo nella riscossione dei crediti.

L’aspetto paradossale del fenomeno è dato dalla constatazione che il contenzioso per ottenere l’indennizzo per irragionevole durata del processo (disciplinato dalla c.d. legge Pinto n. 89 del 2001 per cercare di ovviare alle plurime condanne della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo) è ormai esploso (56.348 domande pendenti nel 2012) e l’Italia è stata ripetutamente condannata dalla Corte Europea per “irragionevole durata” dei processi volti a conseguire l’indennizzo per irragionevole durata del processo.

Anche il costo sopportato per la irragionevole durata del processo ex legge Pinto è significativo, dal momento che sino ad oggi sono stati liquidati indennizzi per oltre 750 milioni di euro (in parte non ancora corrisposti ai beneficiari) e la posizione debitoria dello Stato aumenta di circa 8 milioni al mese, in media.

Si tratta di un quadro desolante e preoccupante nell’ambito del quale il ricorso a strumenti dell’autonomia negoziale per la risoluzione delle controversie civili e commerciali si rivela opzione privilegiata (e, in qualche modo, necessitata).

In questa prospettiva l’arbitrato – specialmente se amministrato - è certamente una delle soluzioni più funzionali alla conflittualità tra privati, in quanto coniuga l’efficacia del risultato (assicurata dalla equiparazione del lodo agli effetti della sentenza civile) con l’efficienza del procedimento, la professionalità del servizio e la prevedibilità dei tempi e dei costi necessari per ottenere una decisione sul merito della controversia.

La comparazione tra processo arbitrale e processo ordinario è impietosa per quest’ultimo: alla rapidità e relativa stabilità dell’esito del primo si contrappone la lentezza ed imprevedibilità dell’esito del secondo (statisticamente, oltre il 50% delle sentenze civili di primo grado impugnate in appello è oggetto di riforma).

Come è stato correttamente rilevato, tuttavia, la crescita della domanda di arbitrato riscontrata a livello europeo (e senza considerare l’amplissima diffusione dell’istituto negli Stati Uniti) non può essere spiegata soltanto in ragione della durata contenuta del relativo procedimento, dal momento che il fenomeno arbitrale è in crescita anche in quegli ordinamenti in cui la durata del processo civile è del tutto ragionevole.

La durata contenuta del procedimento arbitrale, quindi, è soltanto una delle ragioni del crescente successo dell’istituto; la scelta arbitrale è orientata anche da considerazioni sulla specifica competenza e preparazione degli arbitri in determinate materie, caratterizzate da elevata complessità anche sotto il profilo tecnico, e sulla maggiore flessibilità dello strumento arbitrale rispetto al processo ordinario con riferimento sia alla procedura sia ai mezzi di prova utilizzabili.

In altri termini, è l’ampio potere dispositivo che l’arbitrato assicura alle parti del relativo procedimento a segnare la profonda differenza con il giudizio ordinario e a rendere preferibile, in molti casi, la scelta arbitrale.

Divider Line

Sono quindi molteplici le ragioni che rendono l’arbitrato maggiormente competitivo rispetto al giudizio ordinario, ma non vi è dubbio che – almeno nel contesto italiano – la celerità con la quale in sede arbitrale si giunge ad una pronuncia sul merito della controversia è il principale elemento che orienta la scelta di stipulare una convenzione arbitrale.

La consapevolezza che il “fattore tempo” è una condizione imprescindibile del “rendere giustizia”, in particolare in un sistema economico integrato nel quale le scelte imprenditoriali includono nell’analisi degli investimenti anche l’efficacia e la rapidità della risposta giudiziale è sottolineata, ancora recentemente, nella Relazione sull’amministrazione della giustizia nell’anno 2012 predisposta dall’allora Primo Presidente della Suprema Corte di Cassazione Ernesto Lupo.[5]

Sempre in relazione al “fattore tempo” il Rapporto OCSE del giugno 2013 sulla giustizia civile indica la durata media del processo civile in Italia in 2866 giorni (quasi 8 anni) a fronte di una durata media nei Paesi OCSE di 788 giorni (circa 2 anni).

Anche i dati relativi ai processi civili arretrati nel nostro Paese sono sconfortanti: i procedimenti pendenti al 31 dicembre 2013 erano circa 5,3 milioni e il tasso di smaltimento (differenza tra procedimenti pendenti, sopravvenuti e procedimenti esauriti) evidenziava, secondo le più ottimistiche rilevazioni, un saldo positivo di circa il 2% (fonte Ministero Giustizia, relazione anno 2013). Da questi dati emergeva che, di questo passo, sarebbero stati necessari circa 50 anni per esaurire l’arretrato.

Lo scenario è apparentemente e repentinamente cambiato nel corso del 2014: le nuove statistiche ministeriali distinguono i procedimenti tecnicamente pendenti da quelli arretrati ed escludono dal calcolo i procedimenti fisiologicamente di lunga durata rispetto ai quali l’esaurimento della pratica non dipende dalla attività giurisdizionale (ad esempio, tutele, curatele ed in genere tutti i procedimenti rispetto ai quali la durata dipende da fattori estranei all’apparato giurisdizionale).

I nuovi dati vengono comparati (assai discutibilmente) con i precedenti e, con l’illusione delle statistiche, si trae la conclusione che le pendenze sono “solo” 4,5 milioni.

L’effetto illusorio delle statistiche ministeriali è amplificato dalla considerazione ipotetica di uno scenario irrealistico definito “a sopravvenienze zero” (che pudicamente è considerata ipotesi puramente teorica). In questo irrealistico scenario l’esaurimento dell’attuale pendenza (4,5 milioni di pratiche) è calcolato in circa 13 mesi.

Divider Line

La conclusione è che “il sistema giudiziario italiano sembrerebbe avere una potenzialità di esaurimento dell’intera pendenza, a sopravvenienze zero, in poco più di un anno. Ci sarebbe da essere soddisfatti, anziché disperarsi”.

Lasciando in disparte gli irrealistici scenari ministeriali e pur dando atto del nuovo dato relativo alle pendenze (4,5 milioni di cause) occorre considerare che, nonostante un innegabile miglioramento nel tasso di smaltimento dell’arretrato ad opera di alcuni tribunali, che fa attestare la diminuzione intorno al 6% all’anno, resta la constatazione che per una riconduzione delle pendenze in materia civile a livelli fisiologici, comparabili in ambito europeo, occorreranno comunque diversi decenni.

I dati statistici in precedenza riferiti appaiono anomali anche con riferimento al dato relativo alla quota del bilancio pubblico destinato alla giustizia in percentuale sul Prodotto interno lordo, sempre rilevata dall’OCSE. L’Italia si colloca nella media (0,2% del P.I.L., circa 3 miliardi di euro): con l’impiego della stessa percentuale di PIL la Svizzera ha una durata media del procedimento civile di 368 giorni contro i 2866 dell’Italia. Il problema italiano non sembrerebbe quindi imputabile alla scarsità delle risorse messe a disposizione del “servizio giustizia” ma alle inefficienze che lo caratterizzano.

In questo contesto si colloca il rinnovato interesse dei giuristi e persino del legislatore rispetto alla risoluzione in sede arbitrale delle controversie civili in materia di diritti disponibili, testimoniato ad esempio dalla previsione della istituzione di Camere Arbitrali, di Conciliazione e ADR costituite dai Consigli Circondariali degli Ordini degli Avvocati presso ciascun tribunale ai sensi dell’art. 29 lett. n) della legge 31 dicembre 2012 n. 247, recante la nuova disciplina dell’ordinamento della professione forense e dal recente intervento del legislatore volto ad incentivare la trasformazione in arbitrato dei procedimenti civili pendenti (art. 1 D.L. n. 132/2014, convertito in legge n.162/2014), del quale si farà cenno in seguito.

 Divider Line